The road not taken

14 06 2011

Questa mattina parlavo con un mio amico della difficoltà di conciliare la mente ed il cuore quando si è davanti ad un bivio.
Mente e cuore, razionalità ed istinto.
Il mio amico mi ha regalato questa poesia che terrò a mente almeno finché non avrò scelto la mia strada all’ennesimo bivio della mia vita.

 

Two roads diverged in a yellow wood,

And sorry I could not travel both

And be one traveler, long I stood

And looked down one as far as I could

To where it bent in the undergrowth;

 

Then took the other, as just as fair,

And having perhaps the better claim,

Because it was grassy and wanted wear;

Though as for that the passing there

Had worn them really about the same,

 

And both that morning equally lay

In leaves no step had trodden black.

Oh, I kept the first for another day!

Yet knowing how way leads on to way,

I doubted if I should ever come back.

 

I shall be telling this with a sigh

Somewhere ages and ages hence:

Two roads diverged in a wood, and I–

I took the one less traveled by,

And that has made all the difference.

The Road Not Taken, Robert Frost





Smarrimento di un errante solitario

9 06 2011

Nessun luogo mi appartiene cosi tanto come quando sto per lasciarlo.

E’ cosi che nasce in me la nostalgia:

dalla percezione del vuoto,

dall’assenza di terreno sotto i piedi.

Nostalgia e percezione di se’, cruda e intensa.

Non appartengo a nessun luogo

perche’ ogni luogo mi appartiene.

Profumi e immagini,

persone e colori,

strade e suoni,

traveling savanna

e l’aria che respiro.

 

Ho iniziato ad errare per trovare me stessa,

in ogni luogo mi sono persa

e in ogni luogo mi sono riscoperta.





C’era una volta il regno d’Italia

18 01 2011

E c’erano poi i voltagabbana, tanti, talmente tanti da far pensare che tutti gli italiani un po’ lo fossero. Giammai. Non io!

Eppure a ricordare qualche nozione di storia e ad osservare certi odierni  accadimenti, miserevoli e vili, vengono i brividi.

Borboni si, borboni no, sudditi o repubblicani, triplice alleanza o triplice intesa, asse o alleanza .. fiducia si, fiducia no e solo ora che Silvio pare impantanato fino all’ultimo capello trapiantato sono tutti pronti a dare il colpo di grazia.

L’italiano audace non é certo un cliché, mica come i cugini francesi sempre pronti à la révolution, ma fa davvero senso vedere oggi il regno Berlusconico profanato con cotanta leggerezza da antichi sostenitori.

Sembra il solito, disperato tentativo di restare a galla, di partecipare comunque alla spartizione delle vesti a costo di sacrificare convinzioni e ideali, ma soprattutto la coerenza.

Sono decenni che il regno Berlusconico é li, sempre uguale a se stesso, eppure pare che soltanto oggi inizi a generare indignazione tra le masse. Due sono le cose, o iniziano a scarseggiare le scorte di companatico solitamente spartite tra i fedeli oppure gli italiani hanno smesso di abusare di valeriana.

E luce fu, meglio tardi che mai.

Amaritudine.





Leggerezza dell’essere

24 08 2010

Capita, a volte, che l’impalcatura minuziosamente costruita giorno dopo giorno per dare senso, profondo, a questa leggera esistenza svanisca riavvolgendosi in un gomitolo bordeaux, e per un istante cado nell’infinito come in un tuffo ad occhi aperti, e poi risalgo in superficie sospinta dal controllo della razionalità, e ricordo a me stessa che questa esistenza è tanto effimera quanto passeggera e che sta a noi spiccare il volo  o vivere con una zavorra attaccata ad un piede.

E’ allora che desidero viaggiare per tutta la vita, conoscere e scoprire, vedere, sentire, assaporare. Non basterebbe una vita intera, lo so, ma l’idea di arenarmi in un posto, per bello e stimolante che sia, mi da un senso di sconfitta e di insoddisfazione che quasi mi soffoca.

Il constante viaggiare, tuttavia, fisicamente o solo con la mente, stanca un poco e, sebbene saltuariamente, non mi è estraneo quel bisogno di radicamento, di costruire, di interrompere il volo pindarico della mia curiosità per tracciare un solco che resti come prova della mia esistenza.

Già, forse è solo questo che un giorno mi calmerà: non tanto la paura della mortalità, quanto il desiderio dell’immortalità, per simbolica che sia.

E’  allora che sogno ad occhi aperti di una grande sala arredata in ciliegio, un grande bancone di quelli con la vetrina in basso dove esporre grandi torte e cestini di biscotti appena sfornati, e alti sgabelli dove sedersi a bere un caffè, un the o una cioccolata calda. E di fronte al bancone un paio di tavolinetti bassi in ferro battuto con il ripiano colorato da pezzetti di ceramica incastrati a mosaico, e cinque poltrone stile liberty, qualche sedia in legno accuratamente restaurata, altre in ferro battuto, un paio in stile coloniale, una sedia a dondolo e un grande divano foderato in cotone ruvido verde, e tappeti e drappi di stoffe alle pareti e cuscini con federe di stoffe orientali impregnate di incenso a ricordo dell’antico splendore di Shiraz sulla via della seta. Cinque  o sei dipinti olio su tela ingiallita distrattamente appesi : mare blu e un dhow all’orizzonte, un gatto accoccolato su una vecchia scarpa, biciclette al mercato del pesce, un volto saggio e rugoso, due sagome di donne all’orizzonte, un portone in legno intagliato.

Una grande libreria occupa un’intera parete, quella di fronte al bancone, ma i libri sono sparsi un po’ ovunque, sui tavolini, sulle sedie, nelle ceste di vimini messe qua e là. Una calde luce entra dalla finestra esposta a sudovest e illumina tutta la sala, un unico locale la cui continuità spaziale è interrotta da un paravento orientale in ferro, giunco e paglia, da una tenda in tela grezza beige ricamata in rosso e blu che scende dal soffitto, da un paio di vetrine, una con tazze di ceramica e barattoli di marmellata, un’altra con pezzi di cioccolato fondente e speziato, grezzo e prezioso come pepite, esposto per la vendita o la semplice ammirazione.

E’ la mia cioccolateria dove il cioccolato è impreziosito dalla magia delle spezie. Profumo di dolci appena sfornati, di cacao fuso, cannella e vaniglia, chiodi di garofano, zenzero e pepe nero, e un scacciapensieri tintinna quando la porta si apre.





L’infinito

21 07 2010

lake Kivu

L’infinito è tale solo nei giorni di foschia,

quando questa nasconde le montagne all’orizzonte

lasciando la mente libera di andare lontano.

Nei giorni limpidi, invece,

le montagne congolesi

limitano lo sguardo con la loro sagoma verde.

Lago,

che appari infinito,

ma che tale sei soprattutto nella sostanza

per chi si perde in te

e nei tuoi sterminati silenzi

e nelle tua calde acque

e lontano va,

oltre la siepe.





Puntidivista (2)

8 07 2010

ca dépend de la perspective





Pipistrelli?

6 07 2010

Sono tantissimi, giganti e per di più volanti, vivono in gruppo, al mattino stridono appallottolati sugli alberi del viale del lago, ma solo su quelli in fondo a destra. Al tramonto, verso le sei e mezzo, iniziano a sentire il richiamo dell’oscurità e allora li si può vedere partire in picchiata verso il lago e come una grossa nuvola nera  fanno ombra sull’acqua: sopraluogo di gruppo per poi virare verso nord, verso il centro.

Il mattino seguente sono di nuovo lì, appallottolati sul solito limitato gruppetto di alberi.

Curiosi, sì, ma non certo belli!

uducurama








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